Persistenze o Rimozioni Sguardi sulle prospettive della nuova ricerca storica.

A sessantacinque anni dalla sua nascita, la Repubblica Italiana ha già visto concludersi più di una stagione storica, nelle sue declinazioni tanto politiche che culturali. Un nuovo orizzonte di analisi storiografica si sta aprendo intorno agli eventi di quella stagione, grazie, da un lato, alla possibilità di accedere a nuove fonti documentarie e, dall’altro, all’apparire sulla scena della ricerca di una generazione di studiosi che di quegli anni non è stata testimone diretto.

“Persistenze o Rimozioni”, che per il suo terzo anno si sposta da Roma a Firenze  – e che vede il patrocinio dell’Istituto Gramsci Toscano – vuole essere dunque un luogo privilegiato di promozione di quella “giovane” ricerca storica che sta riaprendo in chiave problematica aspetti già sondati della costruzione dell’identità italiana e che sta intraprendendo nuove riflessioni su periodi sinora esclusi dal campo storiografico.

Gli incontri (2-3 maggio 2013, Convegno, Sala Poccetti, Santa Apollonia, via San Gallo, Firenze.) si articoleranno perciò intorno al dibattito/dialogo tra due generazioni di studiosi, contigue ma differenti, per far emergere dalla trattazione dei singoli temi quante più possibili fruttifere implicazioni e aprendo quante più possibili prospettive per le ricerche del futuro.

 

APERTURA DEI LAVORI
2 maggio h. 15:00
Dott.ssa Marta Rapallini, Presidente Istituto Gramsci Toscana

PRIMA SESSIONE: Uno sguardo sulla storia recente
2 maggio h. 15:15 – 16:45 Panel 1:

Da movimento regionale a partito nelle/delle istituzioni repubblicane: origini, snodi e temi della Lega Nord (1982-1998), Massimo Piermattei, Università della Tuscia, Viterbo.
L’intervento prenderà le mosse da una panoramica di lungo periodo delle tappe che portarono la Lega Nord a diventare un partito di rilevanza nazionale e l’unico che ha attraversato con continuità stagioni diverse dell’Italia repubblicana, per effettuare quindi un affondo sulla strategia percorsa dalla Lega Nord dalle elezioni del 1992 a quelle del 2001, soffermandosi in particolare nel biennio 1996-1998 nel quale più acuto fu il livello di conflittualità, politica, sociale ed economica, “scatenato” dalla Lega. In questa prospettiva, gli osservatori privilegiati saranno l’approccio leghista all’integrazione europea e in particolar modo alla moneta unica, le intese programmatiche e politiche con gli altri partiti, la figura di Bossi, la comunicazione politica e la propaganda – sua e del partito; osservatori che saranno costruiti attraverso le fonti a stampa, quotidiani e riviste, le tribune politiche, gli atti parlamentari, le carte dell’archivio federale del partito.

La Cei e la svolta di Loreto (1985): dalla politica del concilio a quella di Comunione e liberazione, Alessandro Santagata, École pratique des hautes études, Paris.
Il convegno della Conferenza episcopale italiana di Loreto (1985) ha rappresentato un momento di svolta nella storia politica della chiesa italiana. In quella sede  Giovanni Paolo II ha fornito per la prima volta (dopo i chiari cenni del discorso di Assisi del 1982) il suo indirizzo alla linea dell’episcopato sposando apertamente il modello di Comunione e liberazione. Lo scopo di questo intervento sarà fare chiarezza sui processi innescati dal Vaticano II e dalla crisi italiana degli anni Settanta e Ottanta che portarono alla sconfitta della “cultura della mediazione”, sostenuta dai vescovi vicini all’Azione cattolica, in favore di un atteggiamento di “presenza diretta” in politica. Saranno queste le basi del commissariamento della presidenza di mons. Anastasio Ballestrero e, dopo il quinquennio di mons. Ugo Poletti, della lunga stagione di Camillo Ruini e del suo nuovo “Progetto culturale”, battezzato ufficialmente nel 1994.

Il partito della nazione? Lo scontro tra anti-sistemici e antipolitici nel M.S.I. tra il 1987 e il 1992, Gregorio Sorgonà, Università di Roma 2 Tor Vergata, Roma.
L’intervento intende ricostruire il dibattito interno al Movimento sociale italiano tra il Congresso di Salerno e le elezioni politiche del 1992. Il contributo si concentrerà sui modelli di trasformazione del sistema politico nazionale prefigurati nel dibattito e sulle relazioni che alcune delle correnti del neofascismo italiano iniziano a stabilire con culture politiche fino a quel momento del tutto refrattarie al rapporto con i neofascisti.L’ipotesi che si avanza è che negli anni sottoposti ad analisi emergano dei tratti comuni che finiranno col confluire nella destra italiana della seconda Repubblica: l’intervento analizzerà allora come questa fase di disgelo venga metabolizzata dalle diverse componenti del neofascismo differenziate tra la tendenza antipolitica della maggioranza almirantiana e la tendenza antisistemica della eterogenea minoranza spesso definita erroneamente “rautiana”.Le fonti cui si farà riferimento sono costituite dalla documentazione di archivio conservata presso la Fondazione Ugo Spirito – Renzo De Felice, nei resoconti stenografici dei dibattiti parlamentari, nella letteratura grigia e nella bibliografia sulla storia del neofascismo italiano.

2 maggio h. 17:00 – 18:30 Panel 2:

“Il nemico è Andreotti”. Il movimento La Rete e la questione morale dalla «due Dc» a Tangentopoli (1989-1992), Luigi Ambrosi, Università di Arcavacata di Rende, Cosenza.
L’intervento mira a ricostruire la nascita e i primi anni di attività del Movimento per la democrazia-La Rete, indagando un aspetto determinante della sua cultura politica: la centralità della questione morale. L’arco temporale dell’analisi è compreso tra il 1989, quando Leoluca Orlando cominciò a tessere le fila del progetto all’interno della Democrazia cristiana, e il 1992, anno di rivelazione del fenomeno Tangentopoli. La “questione morale” è trattata come categoria d’intelligibilità di una determinata congiuntura e strumento di competizione tra gli attori politici, nelle sue molteplici implicazioni: mobilitazione antimafia; retorica antipartito; tensioni tra il potere politico e quello giudiziario, ecc. Tali caratteri rendono La Rete, al di là delle ristrette dimensioni elettorali, uno dei laboratori politici più significativi e gravidi di conseguenze nella transizione tra prima e seconda Repubblica e forse anche oltre… Le fonti sono: i principali quotidiani nazionali (Corriere della Sera, la Repubblica, Stampa, Unità), pubblicistica e contributi audiovisivi, documenti e testimonianze, raccolti attraverso esponenti del movimento.

Partito e antipartito nel Pci post-berlingueriano, Roberto Colozza, Sciences Po, Paris.
Il Pci degli anni Ottanta è un partito che non ha ancora risolto la condizione paradossale nella quale si trova dalla fine della seconda guerra mondiale. Da una parte, esso rappresenta il paradigma del moderno partito di massa: gerarchizzato, dotato di un amplissimo apparato di funzionari permanenti, capace di conquistare un elettorato interclassista; d’altra parte, esso sconta le conseguenze della propria fedeltà geopolitica ed è escluso dall’esercizio del potere governativo. La crisi della forma-partito, fenomeno transnazionale dell’ultimo ventennio del XX secolo, e gli equilibri della scena politica italiana impongono al Pci di costruire una critica allo status quo politico-istituzionale che, allo stesso tempo, evidenzi le pecche della partitocrazia e salvi il senso del proprio ruolo nel sistema. Cavalcando la rivalità col Psi di Bettino Craxi e facendo leva sulla propria esclusione dall’area di governo, il Pci produce una doppia critica – etica e politica – alla classe dirigente degli anni Ottanta. La critica etica prende spunto dalla questione morale posta all’ordine del giorno da Enrico Berlinguer e mira a delegittimare il pentapartito e la corruzione nella gestione della cosa pubblica; la critica politica consiste soprattutto nell’attacco al carisma di Craxi e alla sua idea personalistica di potere.

Tavola rotonda: Discussant: Stefano Renzo Martinelli, Università degli studi di Firenze. Coordinatore: Giovanbattista Sciré, Università degli studi Firenze


APERTURA DEI LAVORI

3 maggio h. 10:00
Dott. Matteo Mazzoni, Vice Presidente Istituto Gramsci Toscana


SECONDA SESSIONE: Uno sguardo sulla rappresentazione

3 Maggio h. 10:15 – 11:30 Panel 5:

Memorie di famiglia.Le trasformazioni della propaganda cinematografica della Dc, del Pci e dei Comitati Civici nel secondo dopoguerra, Elisabetta Girotto, Universidade Nova de Lisboa, Lisboa.
Il paper rivolge l’attenzione all’uso che la Dc e il Pci fecero della rappresentazione cinematografica della famiglia nell’azione di propaganda, formazione politica e culturale rivolta alla società italiana negli anni Cinquanta. Attraverso l’analisi della trasformazione dei linguaggi e delle rappresentazioni, si individuano i temi maggiormente propagandati, ma anche le tipologie di famiglie che i due schieramenti promuovevano e a cui si rivolgevano. E’ centrale la riflessione sui codici narrativi espressione del ruolo pubblico e privato della famiglia, che nei due schieramenti è il filo conduttore di un impegno che come vedremo attraversa tutti gli anni Cinquanta, non senza vistose contraddizioni. La famiglia si dimostra osservatorio privilegiato per indagare un periodo denso di contraddizioni e cesure come quello del primo decennio del secondo dopoguerra. Le fonti utilizzate sono molteplici, dai documenti audio-visivi prodotti dal governo, dai partiti di massa e dalla United States Information Service, per gli aspetti legati al rapporto tra la famiglia e lo spazio pubblico, ai mezzi di comunicazione di massa come la televisione, per la ricostruzione delle vicende che interessano la sfera del privato. D’altro canto in Italia l’emergere di una società che registrava negli anni Cinquanta un mutamento dei costumi e l’avvio di un benessere testimoniato dal livello dei consumi, è parso fondamentale interrogarsi anche su tempi e spazi del “quotidiano” nella vita delle famiglie, e  sui linguaggi del privato familiare in una società attraversata da  così profondi mutamenti. L’analisi dei documenti audio-visivi solleverà nuove problematiche in ordine al ruolo della famiglia nella annunciata modernizzazione del Paese e nella costruzione di nuove identità socio-politiche e culturali. La propaganda del Pci, della Dc e il cinema d’informazione dei Comitati Civici come nel gioco delle parti descrivono realtà e percorsi paralleli quando non antitetici, dove le famiglie sono protagoniste.

Culture popolari e identità operaie. I consumi televisivi nelle rubriche dei lettori di Vie Nuove e Famiglia Cristiana, Damiano Garofalo, Università degli Studi di Padova.
Il paper analizzerà i riferimenti ai consumi televisivi nelle lettere inviate tra gli anni sessanta e settanta alle riviste maggiormente diffuse tra le classi popolari, ovvero “Vie Nuove”, periodico culturale comunista, e “Famiglia Cristiana”, settimanale cattolico particolarmente attento alle istanze sociali e culturali. Entrambe le riviste, pur occupandosi di costume, società e spettacolo sono da considerarsi diretta espressione delle linee culturali dettate dal Pci e dalla Dc in materia televisiva. Attraverso le analisi delle opinioni dei lettori – soprattutto operai e operaie – pubblicate all’interno delle apposite rubriche, si cercherà di tracciare un possibile percorso verso una storia sociale dell’ascolto televisivo tra le classi popolari. Lo sguardo incrociato sui due periodici ci permetterà di ragionare sul valore delle proteste popolari contro alcune trasmissioni televisive, sul mutamento delle abitudini sociali e culturali delle famiglie operaie – sia cattoliche che comuniste – e sull’influenza del nuovo medium nella ridefinizione di un’identità operaia di classe.

Don Camillo: un film nato tra proteste e censure nell’Italia della guerra fredda, Enrico Gaudenzi, Università degli studi di Siena
Visto oggi il film Don Camillo (1952) di Duvivier ci appare come una descrizione bonaria del conflitto politico ma negli anni in cui venne prodotto, nell’Emilia “che aveva più armi sottoterra che patate”,  in un contesto molto caldo e durante uno dei periodi di maggior tensione della guerra fredda, quel film ebbe molti problemi, più di quelli che la sua visione oggi farebbe presupporre.
Ad influire sulla sua lavorazione furono infatti la produzione, la censura governativa e le locali forze del PCI. Analizzando carte d’archivio e le pagine della cronaca locale cercherò d’inquadrare le tensioni sorte intorno al film nel contesto della guerra fredda italiana mostrando i risultati ottenuti dalla varie forze in campo.

3 maggio h. 11:45 – 13:00 Panel 6:

Tra Pop Art e partito: La politica dei/per i giovani nei manifesti della Fgci (1975-1985), AnnaRita Gori, Instituto das ciências sociais/Universidade de Lisboa – Istituto Gramsci Toscano Firenze.
Le trasformazioni che hanno investito la società contemporanea si sono riflettute anche sulla comunicazione e propaganda politica. Sebbene in manifesto politico sia stato una risorsa importante per i partiti politici sin dai primi anni del XX secolo, nel secondo dopoguerra, si assiste ad una sua proliferazione e, conseguentemente ad un uso sempre più attento delle immagini. Con il boom economico dei Sessanta e la “scoperta” dei giovani i partiti dovettero tenere sempre più in conto i linguaggi di questi nuovi soggetti sociali e iniziare ad uniformare iconografia e slogan al nuovo “mercabul”. Il paper che presento, e che trae ispirazione dalla serie dei manifesti della FGCI del fondo Gozzini contenuta all’Istituto Gramsci Toscano, vuole indagare il linguaggio visuale che il PCI ha adottato negli anni tra il 75 e l’85 per cercare di arrivare ai giovani e recuperare terreno nei confronti dei movimenti estremisti emersi alla fine degli anni Sessanta. Inoltre sarà indagato come il partito sia dovuto “scendere a compromessi” con il mondo della pubblicità e della pop art simboli quanto mai espliciti del capitalismo statunitense.

I linguaggi della commemorazione nei funerali di partito, Livio Karrer, Università degli studi di Padova.
Perché gli storici studiano i funerali? Qual è oggi l’utilità di un’analisi dei rituali funebri nelle società contemporanee? E, soprattutto, come si analizza un funerale? Per lo storico, raccontare un funerale vuol dire confrontarsi con i temi sottesi ad una morte, al lutto, alla memoria, alle identità collettive e alla cultura di un gruppo o di una comunità; una commemorazione funebre, sia essa privata o pubblica, è al contempo una pratica celebrativa e una narrazione identitaria di un passato. Va, dunque, ricostruito l’universo culturale che determina le forme e il discorso pubblico del rito. La relazione è un contributo allo studio delle culture politiche dell’Italia repubblicana: attraverso il prisma del rito funebre si analizzeranno identità, linguaggi, rappresentazioni e memoria dei principali partiti che hanno dominato la sfera pubblica nazionale del nostro lungo dopoguerra (Dc, Pci e Psi). Si ricostruiranno i modelli più rilevanti di commemorazioni politiche dei segretari dei partiti italiani, in una prospettiva comparativa e in una dimensione temporale diacronica. In questa cornice, il rito funebre offre davvero un campo d’indagine privilegiato per lo studio della cultura di un paese, di un partito o di un gruppo sociale, perché studiare una morte è sempre un modo per raccontare una vita. È, infatti, dal nesso che si determina tra chi muore e chi sopravvive, nei suoi aspetti tanto materiali quanto immateriali, che si deve partire.

Tavola rotonda: Discussant: Maria Casalini, Univeristà degli studi di Firenze. Coordinatore: Gianni Silei, Università degli studi di Siena

3 maggio h. 13.30 PRESENTAZIONE DEL VOLUME “NAZIONI E NARRAZIONI TRA L’ITALIA E L’EUROPA. PERSISTENZE O RIMOZIONI II”, AracnEditrice, Roma, 2013.

TERZA SESSIONE: Uno sguardo sull’estero
3 maggio h. 15:30 – 17:00 Panel 3:

 «Back to square one». L’Internazionale socialista e il dibattito sul comunismo fra Chrušçev e Breznev (1964-1968)Michele Di Donato, Università di Roma 3, Roma
«Il comunismo col quale abbiamo a che fare oggi è lo stesso nemico contro il quale ci siamo in origine organizzati per combattere?». Questa domanda apriva, nel 1964, uno studio del politologo tedesco Richard Löwenthal pubblicato sul bollettino dell’Internazionale socialista. Attorno alla questione, socialisti e socialdemocratici dell’Europa occidentale avviarono negli anni successivi un dibattito che coinvolgeva, più in generale, l’insieme della proposta politica del loro movimento: il ruolo dei partiti socialisti nei paesi occidentali caratterizzati da economia mista e sistemi di tutela del welfare; l’autonomia della loro posizione in un sistema delle relazioni internazionali che imboccava, non senza contrasti, la via della distensione Est-Ovest; la socialdemocrazia come possibile esito dei processi di «convergenza» tra sistema sovietico e capitalismo occidentale dei quali cominciavano a parlare numerosi scienziati sociali. Quattro anni più tardi, l’invasione della Cecoslovacchia e la repressione delle esperienze di comunismo riformatore portarono molti a concludere che si fosse tornati al punto di partenza, all’immobilità del blocco sovietico e alle ortodossie della guerra fredda. Come avrebbero mostrato gli eventi degli anni Settanta, tuttavia, l’influenza di quel dibattito sul comunismo doveva farsi sentire più a lungo, condizionando una fase di affermazione socialdemocratica in un nuovo contesto di distensione europea.

La Rivoluzione è morta. Vive la Révolution. Il comunismo italiano e francese e il 1989, Marco Di Maggio, Università La Sapienza, Roma.
L’intervento intende analizzare le reazioni dei partiti comunisti italiano e francese agli avvenimenti del 1989. Attraverso un’ analisi comparata e croisée si cercherà di mettere in luce differenze e analogie nell’evoluzione dei due Pc e nella loro reazione all’affermazione dell’egemonia neoliberale. La ricostruzione prenderà in considerazione soprattutto la dimensione culturale, con l’obbiettivo di individuare il rapporto fra il crollo del socialismo reale e il mutamento dei paradigmi identitari e teorici dei due più importanti partiti comunisti non la potere. In particolare sarà ricostruita l’evoluzione del rapporto che i due Pc hanno con i concetti di rivoluzione sociale, di emancipazione e di totalitarismo, soprattutto a partire dalla rappresentazione pubblica che di questi concetti viene data.

Migrazioni, movimento operaio e città: Barcellona e Torino come casi comparati, Michelangela Di Giacomo, Università degli studi di Siena, Siena.
Tra il 1955 e la metà degli anni Settanta, Torino e Barcellona sono state motore e vittima di processi di sviluppo similari: una disordinata urbanizzazione, prodotto della rapida espansione di un settore industriale trainato dalla metalmeccanica, scarsa capacità amministrativa e un’immigrazione interna dai caratteri di massa. Il paper intende mostrare caratteristiche simili e differenze in questi processi e soprattutto seguire i percorsi paralleli ma non identici delle organizzazioni del movimento operaio di matrice comunista delle due città, mettendo in luce come la consapevolezza del ruolo dell’immigrazione emerse in rapporto con la consapevolezza del proprio ruolo nella risoluzione dei problemi della “condizione operaia” in fabbrica e fuori e in collaborazione con i movimenti spontanei di lavoratori e cittadini.

2 maggio h. 17:15 – 18:30 Panel 4:

Il  “cattolicesimo nazionalcattolico”:  le  trasformazioni  del cristianesimo spagnolo tra sacralizzione della politica e politicizzazione della religione (1898-1939), Mireno Berrettini, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.
Nel mio intervento analizzerò i catechismi patriottici scritti dai pensatori spagnoli ultra-nazionalisti nel corso del primo quarto del secolo XX in parallelo ai devozionari militari scritti dai chierici cattolici durante lo stesso periodo. Li utilizzerò per studiare due processi interconnessi: da un lato quello del rapporto tra la politicizzazione della religione e la nascente sacralizzazione della politica e dall’altro quello della costruzione e della diffusione del nazionalcattolicesimo. Il mio ragionamento deve molto al concetto di nazionalcattolicesimo elaborato da Alfonso Botti; gli studi sulla politicizzazione della religione condotti da Renato Moro e Giuliana di Febo; quelli sulla sacralizzazione della politica di Emilio Gentile; i lavori sulla secolarizzazione interna del cristianesimo di François-André Isambert, e gli studi sull’azione della modernità all’interno della sfera religiosa di Daniéle Hervieu-Léger.

“So long as capitalism lasts we are not safe from revolution”: Cattolicesimo statunitense, Santa Sede e USA negli anni della Grande Crisi, Giulia D’Alessio, Università La Sapienza, Roma.
Oggetto dell’intervento sono i rapporti fra Stati Uniti e Chiesa Cattolica durante il pontificato di Pio XI. Tra la fine del XIX secolo e i primi due decenni del secolo successivo, la chiesa cattolica americana, in particolare alla luce della Rerum Novarum leonina, elaborò sistemi teorici, riflessioni e proposte nel campo economico-sociale che avrebbero, in parte, visto una concretizzazione, sul piano legislativo, durante gli anni Trenta, grazie all’avvio di un fruttuoso dialogo con l’Amministrazione Roosevelt. Viene preso in esame l’inedito scambio di vedute e di influenze avviatosi fra chiesa cattolica e istituzioni statunitensi in relazione alle ipotesi avanzate in campo economico sociale negli anni difficili della DepressioneFu proprio sulla base di questo dialogo che, durante gli anni del pontificato rattiano, si avviò  un rapprochement diplomatico fra Santa Sede e Stati Uniti che vide una sua parziale concretizzazione nel 1939 con la decisione di inviare un rappresentante speciale del presidente americano a San Pietro.L’intervento si basa, in larga parte, su di una ricerca archivistica svolta principalmente presso l’Archivio Segreto Vaticano e la Franklin Delano Roosevelt Presidential Library di Hyde Park (New York).

Tavola rotonda: Discussant:  Carlo Spagnolo, Università di Bari, Bari. Coordinatore: Maria Elena Cavallaro, Luiss Roma/IMT Lucca